ARTE&DESIGN

Pippa Bacca: capolavoro chiaroscuro di un’artista controcorrente

di Eleonora Boscariol
Fotografia: Danilo Borrelli

Pippa Bacca, pseudonimo di Giuseppina Pasqualino di Marineo, nasce a Milano nel 1974 ed è s-conosciuta in tutto il mondo per la sua attività di artista performativa, che incomincia nel 1997, quando ha appena ventitré anni. Dalla sua ha la parentela con zio Piero Manzoni, inventore della celebre “Merda d’artista”: non un eccellente trampolino di lancio, insomma.

Non è eccessivamente carina, perciò nessuno la ricorda per il suo bel viso e come non bastasse le sue opere vanno ben oltre la fruizione artistica massificata. Sono, per così dire, incomprensibili agli occhi dei più, “fotografie tagliate in forma di stupore”, come le chiamano i Radiodervish nella loro canzone dedicata a Pippa. Foglie, pezzi di carta colorata, ritagliati manualmente fino a diventare per esempio sagome stilizzate di corpi femminili privati di un qualche pezzo, o che dal ventre in giù hanno l’aspetto di sirene e animali mitologici. Pippa è una sorta di Marina Abramović o Gina Pane di nuova generazione, le cui creazioni non hanno sortito lo stesso effetto delle due antenate ben più note.

Se c’è una cosa per cui invece il nome di Pippa Bacca è rimasto incastrato nella memoria di molti, è l’episodio di cronaca nera che l’ha coinvolta nel 2008. Nello stesso anno infatti, Pippa decide di mettere in piedi insieme all’amica Silvia Moro, un’opera d’arte performativa itinerante, cui da il titolo Bride on Tour, Sposa in Viaggio. Purtroppo però, mentre cerca di fare della sua vita un’opera d’arte, per dirla alla D’Annunzio, l’opera d’arte le costa la vita.

Il progetto è il seguente: Pippa e Silvia partiranno da Milano nel mese di marzo, taglieranno l’Italia da ovest ad est, entreranno in Slovenia, poi in Croazia e proseguiranno attraverso Bosnia, Bulgaria, Turchia, Siria, Libano, Giordania e Cisgiordania fino in Israele. La meta è fissata a Gerusalemme, arrivo previsto ad aprile. Un mese di viaggio che coinvolge undici Paesi, tutti accomunati da un passato recente madido di sangue a causa delle guerre. Dove sta l’arte performativa in tutto ciò? Sta nel fatto che Pippa Bacca e Silvia Moro percorreranno, secondo i piani, questi tremilaottocentottandadue virgola sei chilometri in autostop, entrambe vestite da sposa.

L’intenzione è di portare in quei Paesi, attraverso la forza simbolica dell’abito bianco, un messaggio di pace, purezza, altruismo e femminilità protettrice e feconda, ma soprattutto di fiducia nel genere umano. Un’impresa eroica e provocatrice, considerando la storia passata, presente e tutto sommato anche quella futura, che ancora Pippa non conosce.

Nel corso del viaggio la performer milanese incontra le donne e le artiste del luogo, scambia con loro storie e fatiche. Ad ogni tappa si ferma in un reparto di ginecologia e compie il rito della lavanda dei piedi ad un’ostetrica prescelta. Un atto di purificazione per se stessa, il viaggio, ma anche per il prossimo. Sceglie sempre il mezzo più povero per spostarsi, l’autostop, proprio perché l’unico in grado di mischiare la viaggiatrice con la gente e la cultura locale, con ogni strato sociale, dal manager al camionista, dal professore all’operaio. Una mescola di umanità e coraggio viscerale, che scardina la logica della prudenza, in favore dell’incontro con l’altro. Un’impresa che alla fine dei conti non è riuscita, ma che ai miei occhi non smette di apparire straordinaria, un’opera d’arte che va ben oltre l’aspettativa che mi sono costruita rispetto all’intelligenza emotiva e la sensibilità artistica dell’essere umano medio.

Fotografia: Sirio Magnabosco

Una volta in Turchia, le strade di Pippa e Silvia si dividono, con l’idea di ricongiungersi a Beirut, pochi giorni dopo. Ma il 31 marzo duemilaotto Pippa viene violentata, brutalmente uccisa e scaricata sulla strada da un uomo che le aveva poco prima offerto un passaggio, il suo corpo ritrovato l’11 aprile. Così, il viaggio della speranza si chiude nell’orrore.

Immaginate di percorrere oltre tremila chilometri con un’ampia gonna a forma di giglio rovesciato, un pesante strascico che porta con sé la sporcizia e il sudore della strada macinata, scarpe da sposa con il tacco alto e la punta stretta, non esattamente le più indicate per viaggiare on the road. A chi verrebbe in mente di farlo, se non ad una donna cui è molto chiaro quanto sia difficile essere femmina, madre, calice di convivialità generatrice di pace in tempi di guerra?

Un sacrificio, quello di Pippa Bacca, che ognuno dovrebbe avere il diritto di accollarsi, senza incontrare la violenza e la morte. Resta di lei un messaggio carico di luce, come il bianco del suo abito, che vorrei ricordare come un puntino abbagliante al bordo della strada. La vedo con il pollice all’insù, elemosinare un passaggio verso Sarajevo o Belgrado, e immagino un uomo di mezz’età con la pancia prominente e la sigaretta in bocca, tanto rozzo quanto buono d’animo, che la carica sul suo camion e la accompagna a destinazione, le racconta aneddoti balcanici e le augura buon viaggio rivolgendole un sorriso sdentato. Lei scende, trascinandosi appresso la sua gonna a più strati: sono gli strati dell’audacia e della fatiscenza dell’arte, quella verace, fatta di azioni concrete, sono gli strati che il viaggio ci deposita addosso, carico di tutta la sua potenza creatrice. Si chiamava Pippa Bacca, e prima di diventare la vittima di un episodio di cronaca nera, è stata l’artista controcorrente di un capolavoro chiaroscuro senza eguali.

Fotografia: Sirio Magnabosco
di Eleonora Boscariol